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La scuola reale non è più in relazione con chi la governa

01/01/2012 (FACOLTATIVA)

Le visioni della scuola da via Trastevere o dalla prospettiva di chi nella scuola lavora quotidianamente sono spesso state diverse. La scuola, rappresentata e immaginata nei documenti ministeriali, molte volte si è allontanata dalla scuola reale, fino ad apparire qualcosa di estraneo, incapace di mettersi in relazione con le pratiche formative e didattiche vissute in aula.

Pensiamo, ad esempio, al tema dell’integrazione degli allievi con disabilità: spesso l’immagine della scuola italiana emergente dai testi normativi o progettuali, presi anche come modello da altri Paesi, è risultata molto distante dalle fatiche, dalle contraddizioni, dagli interessi che caratterizzavano le pratiche reali.

Negli ultimi tempi, però, si assiste a una escalation preoccupante di tale divario: mai come ora si coglie con estrema evidenza una frattura insanabile tra le due prospettive, un abisso incolmabile tra la scuola legale e la scuola reale. Anzi, potremmo dire che la scuola reale non è più in relazione con chi la governa: si sente abbandonata, trascurata, derisa, disprezzata.

Diversi segnali negli ultimi mesi hanno contrassegnato questa escalation: il rifiuto generalizzato ai progetti sperimentali del Ministero sulla valutazione del merito, le esternazioni dei rappresentanti del governo contro la scuola statale in mano ad impenitenti settantottini, lo sciopero bianco nei confronti delle gite e delle uscite didattiche; ormai il potere politico e gli operatori della scuola sono due mondi separati, che non si parlano e possono solo incolparsi e sbeffeggiarsi reciprocamente.

Le ragioni di questa incomunicabilità? Una politica sistematicamente volta a dissanguare la scuola statale, a delegittimarla socialmente, a rappresentarla come una corporazione arroccata in difesa dei propri interessi e nostalgicamente rivolta verso il passato. Qualche piccolo esempio, senza alcuna pretesa di completezza: la crociata contro i fannulloni del ministro Brunetta, i tagli alle risorse umane ed economiche, le previsioni di finanziamento non onorate, i ritardi nel dar corso alle politiche di formazione iniziale (vedi Tirocinio Formativo Assistito) e di reclutamento (vedi concorso per Dirigenti scolastici), le accuse del Ministro Gelmini alle resistenze verso il cambiamento della classe docente, le esortazioni del Premier nei confronti della libertà intesa come “possibilità di educare i propri figli liberamente, e "liberamente" vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori”.

Quali le conseguenze di questa incomunicabilità, che è forse il lato più interessante da cui vedere la frattura tra scuola legale e scuola reale? L’immagine forse più efficace per rappresentare la condizione attuale della scuola è quella di una nave alla deriva, senza un comando e con un equipaggio scoraggiato e sulla via dell’ammutinamento. Chiunque viva quotidianamente nella scuola coglie il clima dominante di disaffezione e mortificazione, che si colora diversamente in relazione alle diverse sensibilità con toni tra il sarcastico, lo stanco, l’arrabbiato, il cinico, il disperato, il disilluso, l’amareggiato, ecc. Ciò che prevale è il sentirsi traditi dal potere politico, il percepire il venir meno di quella dialettica tra vertice e periferia, magari accesa, ambivalente, conflittuale, ma comunque viva. La scuola statale e chi ci lavora sono diventati da un lato una zavorra sociale, il residuato di una vecchia idea di stato assistenziale e improduttivo, dall’altro un pronto soccorso su cui scaricare le contraddizioni di un tessuto sociale a brandelli: emergenza stranieri, disagio sociale, riduzione dei servizi alla persona, fragilità delle politiche formative degli enti locali, ecc. In mezzo, tra il profugo e l’infermiere, c’è l’insegnante, sem- pre più disorientato e confuso, incapace di trovare un punto di incontro tra la propria esperienza quotidiana e l’immagine di scuola emergente dalla comunicazione sociale, tra la propria fatica professionale e personale e il disinvestimento culturale ed economico sulla scuola, tra i significati attribuiti al proprio ruolo e quelli suggeriti dalle esternazioni dei rappresentanti del potere politico. In una parola, tra scuola reale e scuola legale.

Mario Castoldi






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