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  11  Secondaria 1° grado - News mondo scuola  

Scuola = noia?


            "Che si può fare per rendere questa scuola meno noiosa? Aiutatemi, presto!", è l'urlo di Chiara da Milano rivolto all'intero mondo studentesco ("Ragazzi a me: come rendere meno noiosa la scuola") E allora, andando ad aprire con questo stesso paio di chiavi un'altra delle millanta porte di Google, si finisce per essere investiti da uno scirocco di indolenza e noia che - rivela un'indagine condotta su un campione di 1600 alunni - caratterizzerebbe il rapporto degli studenti italiani con la scuola. Cause: materie di studio insopportabili, insegnanti decrepiti, vuoto di nuove tecnologie. Richieste: buona compagnia, indennità di frequenza, tranquillità e divertimento ("La scuola? Uffa che noia. Uno studente su tre la odia") Provocazioni studentesche? Tanto per riderci sopra? No, attenzione! Andiamo ad aprire altre porte. Andiamo a sentire chi si è proposto di riflettere seriamente sul tema: "Il figlio di un mio amico non vuole più andare a scuola. Cosa gli puoi dire? Bel problema. Il figlio di questo mio amico dice: 'So leggere e scrivere, non voglio fare né il medico né l’ingegnere, voglio fare il webmaster. Mi spiegate cosa mi serve andare a scuola?' Questo ragazzo non è contro la conoscenza in sé. Ma le cose che gli serve di sapere per gestire il suo blog nessuna scuola gliele insegna. Lui sa già come manipolare i motori di ricerca e scalare le pagine di Google…" ("La scuola uccide di noia! Jacopo Fo. Il Fatto quotidiano") Al figlio dell'amico, che sa già tutto di ciò che vuole sapere, la scuola non serve a nulla. Insomma, un enorme spreco di denaro pubblico, buono solo ad uccidere di noia l'infanzia, l'adolescenza e la gioventù. E, quasi quasi, a farsi motivo di giustifica quando si siano compiuti atti di vandalismo notturno nelle scuole: "I minori, una volta interrogati, hanno ammesso e chiesto scusa per i fatti dopo aver detto di aver compiuto il raid notturno per noia" ("Devastano scuola per noia. Scuola e Insegnanti") Non sorprende, a questo punto, il rilancio di un vecchio quanto antistorico mito, quello della descolarizzazione: "Noi dobbiamo impegnare le nostre forze per cancellare questa idea di vita asservita alle istituzioni più autoritarie (la scuola) e ai valori più dannosi (lo studio, la disciplina). La vita non può essere al servizio della scuola. Forse potrebbe essere accettata una scuola al servizio della vita. Molto più probabilmente la scuola non ha alcun motivo di esistere" ("Descolarizzazione: la scuola noiosa. Un modello da combattere").
Ma è davvero unico e obbligato un tale percorso che, muovendo dal cartello della noia, conduce al precipizio dell'inefficienza della scuola italiana? Niente affatto. C'è una ragazzina, Cecilia Bartoloni, della classe I^C di una scuola media valdostana che mostra di avere le idee chiare sul cammino da seguire. Certo - scrive Cecilia - è necessario che si modifichi il modello tutto trasmissivo, unidirezionale dell'insegnamento tradizionale: "Se penso alla noia, però, penso anche a quei professori che, a forza di insegnare sempre il solito programma scolastico, sono più annoiati degli alunni. La scuola è noiosa anche per il fatto che il prof spiega e gli alunni ascoltano. Logico: dopo un po' si annoiano perchè i ragazzi preferiscono svolgere delle attività coinvolgenti". Ma, ecco la perla: "Se gli alunni considerassero la scuola come un diritto e non come un dovere sicuramente ci andrebbero più volentieri"("Voci di ragazzi. AA.VV.") Non basta, cioè, che migliorino le tecniche d'insegnamento nella professionalità dei docenti, è necessario che subentri una consapevolezza nel sentire degli alunni. Che il vincolo venga vissuto come risorsa, che il dovere di studiare viri in "diritto" allo studio, emozione per il lascito di un glorioso passato di lotte e di conquiste civili e sociali.
La piccola Cecilia non lo dice, ma noi sappiamo che una tale consapevolezza, un tale antidoto alla noia non può prodursi soltanto all'interno della scuola. Richiede anche l'intervento congiunto e sinergico della famiglia, della politica, dei media. Insomma, una diffusa responsabilità sociale.

Nicola Casaburi





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